9 ottobre 1963, ore 22.39

Diciannove anni, via da casa per una giornata e, al ritorno, a Longarone, la “Piccola Milano”, non lo fanno arrivare, ci sono i posti di blocco, la paura, lo sbigottimento, il terrore di un irreale che t’è caduto addosso
Così a Erto, Casso, dove il sindaco nella giornata aveva disposto l’evacuazione
 
COMUNE DI ERTO CASSO
AVVISO DI PERICOLO CONTINUATO
 
ma contano comunque centocinquantotto morti, e gli altri paesi, frazioni, gli operai della diga, le loro famiglie, e poi
E poi non c’è più Longarone
Là non hanno avvisato nessuno
Spazzati gli alberi, le case, degli animali solo le carcasse nell’acqua scura del Piave
Gli animali – e le persone –
 
Ricordo per un attimo Marco Paolini nel suo racconto del Vajont
 

duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia del Monte Toc cascano nel lago dietro alla diga del Vajont e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. Di questi cinquanta milioni, solo la metà scavalca la diga: solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua…. Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè.

Duemila i morti
 
Ci pensa l’aria. All’uscita della gola del Vajont, davanti all’acqua in corsa, ci pensa l’aria a toglierti ogni speranza. Compressa dall’acqua che corre dentro quel binario che adesso è la gola del Vajont raggiunge la forza, la pressione di due bombe atomiche di Hiroshima
 
Indumenti
Via la pelle
Via le cavità interne
Animali
Vegetali
Minerali
 
E quel che non ha fatto l’aria micidiale, che ha vaporizzato tutto, come a Stava, dove li ha uccisi quasi tutti l’aria, quel che non ha fatto l’aria lo finisce l’acqua.
 
 
Mi racconta, gli occhi spazzati – spezzati – da cinquant’anni fa, il dolore nella fronte, negli zigomi, su questa sponda del Piave dove l’ha ricostruita la casa, sì, in faccia alla montagna, in bocca alla diga
– Siete andati su? –
– Sì, a Erto e Casso e poi alla diga e lungo la strada c’erano i fazzoletti colorati con i nomi dei bambini, dai mai nati ai quindici anni – quattrocentottanta – quattrocentottanta fazzoletti – quattrocentottanta bambini –
Annuisce
– Ho ritrovato la mia sorellina, ma è morta poco dopo in ospedale. Mio papà e mio fratello non li ho mai più rivisti
Un’onda di cento metri…
Lo vede quel ponte laggiù? L’acqua ha scavalcato la diga, è caduta là e ha scavato una buca temporanea di ottanta metri, raccolto tutte le pietre del Piave, poi si è riversata su tutto
 
La terra tremava da tanto, nell’ultimo anno sempre di più
Gli animali scappavano dal bosco, le mucche facevano meno latte, a volte muggivano come impazzite, gli occhi tondi dilatati dal terrore – al mattino trovavamo gli uccellini morti sul fondo della gabbia a furia di sbattere le ali contro le sbarre per uscire
 
Il processo l’hanno fatto a L’Aquila, si figuri, ben lontano per scoraggiare – un anno e otto mesi gli hanno dato
Non si dimentica
Non si dimentica –
 
( Nota: la Cassazione concluderà tutto a marzo 1971 fra assoluzioni e pene deboli
Dopo quindici giorni sarebbero scaduti i sette anni e mezzo dall’avvenimento contestato e tutti i crimini sarebbero caduti in prescrizione.)
 
E cosa dico io a quest’uomo così semplice e chiaro che ora mi parla dell’orto, che i pomodori quest’anno sono piccoli e verdi e non hanno fatto nulla di buono e i cavoli sono marciti subito
Potrei dirgli che solo ora, qui con lui, guardando la diga lassù, incastrata fra i due versanti, solo ora riesco a sfiorare l’inimmaginabile, a vedere quel gigante d’acqua ergersi urlando maleodorante prima di precipitarmisi addosso – scappa scappa no ti aspetto i figli dove sono – si fa palpabile la rabbia e una ragione che non è mai raggiunta
Perché una ragione così non riesci a fartela
 
Sto zitta, credo sappia già tutto ciò che mi trascorre dentro, nello stomaco, nelle ossa, nei denti
 
– Lo dirò a mio papà che ha gli stessi pomodori, così si solleva – ecco cosa gli dico e non riesco a ricacciare giù una sorta di tenerezza
 
E poi una cosa stupida – La fa una foto con me? –
Perché è vero che certe cose, certe persone, le tieni nel cuore e non servono immagini o ricordi, ma quella voce, quello sguardo smarrito e oltre al tempo stesso, che mi hanno depositato fra le braccia una parte di sé da custodire, non li voglio lasciare in mano alla memoria
 
E’ allegramente sorpreso
– Ma non sono presentabile –
– Ma no che sta bene così…signor?-
– Roberto –
– Sa, Roberta anch’io – 
Sorride
 
Seduti vicini, spalla a spalla ed è così naturale, così semplice, così “a domani” – clic – come quando mi stringe la mano per salutarci – la mia fra la sua destra e la sua sinistra – protetta
 
– Quando ritornate, passate ancora da qui –
 
Eowyn
 
                                                                                                           
 
Post Scriptum
 
“Una volta nella vita vai a ficcare i piedi là sopra… E poi ritornaci… Prova a smentirmi, metticela tutta… Prova a fartene una ragione… Ma senza fermarti alla diga, perché non si capisce niente alla diga. Vai avanti fino ai paesi. Poi girati indietro, ficcaci i piedi sopra… Se hai coraggio e voglia, parla con qualcuno… E poi leggi, documentati.
Quella che hai sotto i piedi è la seconda più grande frana che sia caduta sul pianeta da quando è apparso l’uomo: la più grossa è caduta in India, nel Pamir, sul tetto del mondo. La seconda nel cuore dell’Europa.
E non è caduta.
È stata provocata.
[…]
 
E ti ripeto il consiglio.
Con rispetto, ma ficcaci i piedi sopra e prova a fartene una ragione. Se ci riesci. E poi… Poi magari raccontala anche tu, questa storia, come vuoi tu…”
 
                                                                                                                                                                                                                                          Marco Paolini
 
 
 
 
I bambini del Vajont

I bambini del Vajont

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Informazioni su Roberta Viotti Eowyn

Semplicemente una cantastorie... Dalla recensione di Chiara Lorenzetti a "Ti ha mai chiamato il mare" " Roberta Viotti, in arte Eowyn è rara poetessa d'amore senza spine. Leggere è immergersi dentro ad una favola ove le parole suscitano immagini delicate e fragili. [...] V'è tra le righe, una tangibile carnale sensualità dell'amore, vissuto come unico ed immortale. La potenza dei versi inchioda e non da scampo alla fuga. [...] Roberta ci mostra con la sua immaginifica poesia, che l'amore è la sola salvezza, il ricondursi alla scoperta di sé."
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2 risposte a 9 ottobre 1963, ore 22.39

  1. L’ha ribloggato su Amarantoe ha commentato:

    Cinquant’anni oggi
    Vajont

    Mi piace

  2. Pingback: Ricordi d’agosto | Amaranto

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